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Lessico

La casa si trovava a Torsogno, un paese con una sola casa, quella. Una sola torre, quella della casa. Una sola famiglia, quella che l’abitava. La mia.

Mio padre aveva viaggiato per anni, trafficato armi, opere d’arte e cambiato diversi lavori, ma alla fine aveva scelto di formare la sua famiglia in quella casa di quel paese e di fermarsi lì. Era un tipo strano, s’intende, composto di certe contraddizioni interne che lo facevano sembrare due persone in una. Nel suo raffinato lessico formale indossava termini di alta sartoria, mentre nel lessico famigliare sbottonava camicie e allentava cravatte. Non si allontanava mai da Torsogno e nessuno veniva mai a trovarci, ma tutti i giorni faceva lunghe telefonate in cui dava certe disposizioni che per noi erano incomprensibili. Parlava di cellophane, impacchettamenti, misure. Ne parlava con qualcuno. Non sapevamo a cosa si riferisse, né con chi ne parlasse. Con noi non ne parlava. Con noi usava parole sgraziate, inventate, brodolose, sbordacciate. Quando disegnavamo, ci guardava cupo e divertito – che può sembrare una contraddizione, ma per uno come lui non lo era affatto – e ci diceva “Smettete di fare potacci come tutti quegli artisti che credono di essere artisti solo perché si sporcano le mani di colori!”. Insomma, parlava così, con i suoi figli.

L’ultima volta che sentii mio padre parlare con qualcuno al telefono disse “Gentilissimo, La ringrazio per cortesia e apprezzata diligenza. Non appena si sarà compiuta la mia dipartita, potrà portare a conclusione la procedura. Sarà mia premura provvedere celermente a regolare la debenza, dandogliene tempestiva evidenza. La saluto cordialmente”.

Dopo pochi giorni trovammo il corpo di mio padre disteso in giardino. Lui non c’era più. Il suo corpo era impacchettato in un abito elegante, impacchettato in un cellophane trasparente, impacchettato in un perfetto perimetro di terra battuta.

Una targhetta lucida mostrava inciso l’epitaffio Morte naturale. Un’opera d’arte. Nulla a che fare con i nostri potacci. 

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