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Sensé

Sensé dove vai?

Mi fermò proprio mentre stavo cercando di aprire la porta senza farla cigolare. Ci provavo ogni volta, ma succedeva così: che se non volevo farmi sentire da mia moglie cigolava, mentre se lei sollazzava tranquilla e io tranquillo non avevo nulla da nascondere si apriva liscia come l’olio. Ditemi se questo ha un senso. Mi direte che non ce l’ha perché il concetto di senso lo diamo noi in base alle nostre convenienze, così se quel che accade non conviene a noi, ci sembra evidente sia del tutto insensato. Dunque, come da convenzione, il cigolio della porta in quel momento non aveva alcun senso.

Sensé! Duplicò quella. E allora fui costretto a farmi sentire o avrebbe sospettato che davvero le stessi nascondendo qualcosa, come appunto stavo facendo.

Vado a prendere il miele.

Miele? Fece lei.

Miele. Feci io e non le diedi il tempo di replicare che di miele ce n’era ancora a sufficienza e che non c’era alcun bisogno che io ne andassi a comprare dell’altro e che in sostanza non aveva senso che io uscissi per quello.

Chiusi la porta con energia. Considerando che ormai mi aveva sentito, che aveva domandato e io risposto, mi potevo permettere la rumorosa spavalderia dell’uscita di scena. Quanto al miele. Dolce. Non era del tutto falso che fossi uscito per quello. Ero uscito per osservare il gatto nero. Ebbene sì. Quel gatto nero che ogni giorno, più o meno alla stessa ora, faceva il giro della piazza, si fermava di tanto in tanto a stiracchiarsi, osservava – cosa? – si strusciava contro qualche parete, calpestava con le zampe i pochi steli d’erba che gli concedeva la città, si leccava i baffi e riprendeva la via di casa. Sempre che l’avesse. Non saprei dire se l’avesse. Non l’avevo mai seguito fuori dal perimetro. Ecco, so che in quanto a senso, ormai sembra del tutto naufragato. Il miele. Il gatto nero. D’altronde, se non lo capiamo né io né voi, come avrebbe potuto capirlo mia moglie il senso del suo Sensé. Lei aveva il suo Sensé e io avevo il mio. Quello che voglio dire è che osservare il gatto mi era dolce come miele proprio perché non aveva senso. Il gatto non se lo chiede, suppongo, perché ogni giorno compie il suo rituale. Lo fa e basta. Io me lo domando ogni giorno perché vivo in un certo modo. Non lo faccio e basta. Evidentemente la natura del gatto e quella dell’uomo non sono della stessa natura. Eppure, guardandolo, ecco che per un attimo – oh infinito squarcio di tempo benedetto! – sospendo la ricerca di senso. È il momento più insensato di ogni mia giornata.

Così anche quel giorno, con la scusa del miele, avevo interrotto l’ordinario pomeriggio di una straordinaria primavera, uscendo a guardare il gatto. Fuggito l’attimo, consegnai all’ovvietà dell’oblio l’ennesimo scampolo delle mie rassegnazioni e tornai a casa senza alcuna via di scampo. Proprio come il gatto.

Non temete. Il miele lo andai a comprare. O tutto questo non avrebbe avuto senso.

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