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Italia

“Voglio sopravvivere!”, urla la donna alla finestra. Indossa un abito verde e le trema la voce. La tenda rossa sospira fuori il vento, mentre lei è costretta a respirare dentro una maschera bianca. È irriconoscibile.

“Voglio sopravvivere!”, urla di nuovo. In quei giorni nessuno può sentirla. Le città sono piene di vuoto. Quel che è Stato è stato. Tutto è andato troppo in fretta e non abbastanza. Tutto a un certo punto si è fermato. Qualcuno ha preso tutti i colori ed è corso a casa. Altri hanno perso tutti i colori e sono rimasti fermi immobili, rapiti dal niente.

“Voglio sopravvivere!” è l’inno alla vita nell’epoca del nonostante ciò che è stato. È la velocità che non si arrende anche se sbatte di continuo contro i confini. È la ricerca forsennata del colore puro che viola il senso logico di una dimensione orami contratta. È la nostalgia di un inno che non si ricorda più.

“Voglio sopravvivere”, sussurra la donna. Come se non ci fosse stato ciò che è Stato. 

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