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Massimo

“Al massimo ci rimani dentro” gli avevano detto. “Vado al massimo” aveva replicato. Ed era andata a finire proprio così: era andato al massimo e c’era rimasto dentro. Dentro un paio di jeans bianchi, laceri e sporchi. A distanza di trent’anni era rimasto bloccato in un fermo immagine di gioventù bruciata, che gli serviva una lente d’ingrandimento per leggere i titoli dei dischi. Ne aveva accumulata una quantità esagerata. Grande collezionista. Per tutta la vita aveva girato dischi e fiere del disco. Sempre con quegli stessi jeans. Nessuno osava chiedergli perché non li cambiasse. Tutti lo consideravano un po’ pazzo. Ripeteva concetti, si confondeva, si perdeva tra le nuvole. Non era il massimo. Non era il Massimo che avevano conosciuto. Quelle vite… quelle vite fatte così… bruciano in fretta. Bruciano pensieri in fumo. Generano cali di pressione. Cortocircuiti d’idee. Lui comunque era felice nel suo mondo, perché sapeva che finché poteva girare dischi e fiere del disco, girava sempre tutto bene. Era il massimo.

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